“La difficoltà attrae l’uomo di carattere, perché è affrontandola che egli si realizza” Charles de Gaulle
All’inizio della mia carriera come manager, credevo che, essendo il Team leader con più esperienza in azienda, fosse mio dovere evitare e far evitare agli altri di commettere errori. Con il tempo, ho capito che questo stesso atteggiamento è un’ errore, perché nella vita abbiamo bisogno degli errori per rafforzarci, apprendere lezioni preziose e a costruirci più forti.
Naturalmente, “errare è umano, ma perseverare è diabolico”. Gli errori ci potano sì alla conoscenza, ma ripeterli senza imparare da essi impedisce di migliorarci, riduce la fiducia che gli altri hanno riposto su di noi, crea insoddisfazione e rischia di aggravare ulteriormente la situazione attraverso danni continuativi.
Qui alcune riflessioni che mi sono state d’ispirazioni in momenti di fallimento, per uscirne più rafforzata.
Troppo spesso vediamo il fallimento come una porta che si chiude.
E se fosse una porta che si apre?
Possiamo fallire perché siamo umani e liberi: liberi di sbagliare, di correggere i nostri errori, di migliorare. Dopotutto, non nasciamo con un libretto delle istruzioni…
Gli errori sono inevitabili, ed è proprio questo ostacolo da superare che crea opportunità per riflettere e reagire, permettendoci di comprendere davvero ciò che vogliamo davvero.
Ogni volta che la vita trova ostacoli, deve trovare dentro di sé delle risorse di creatività per continuare a crescere. Alcune volte attraverso un nuovo orientamento che gli ostacoli ci suggeriscono.
Credere che il fallimento possa aiutare a rialzarci, a reinventarci significa orientarsi ad una filosofia del divenire. Un concetto ben reso dalla metafora della roccia di Sartre nell’Essere e il nulla “quella roccia che manifesta una resistenza profonda se voglio spostarla, sarà al contrario un aiuto prezioso se voglio scalarla per contemplare il paesaggio”. Abbiamo il potere “di fare dell’ostacolo rappresentato dalla roccia un aiuto per un nuovo progetto.
Per riuscirci, servono l’avventura, il coraggio di uscire dalle comodità dell’abitudine, l’avere fiducia nel proprio intuito. E ancora, osare, compiere scelte che vanno oltre gli argomenti razionali. E’ proprio quando la conoscenza non è sufficiente che dobbiamo decidere (dal latino decisio, tagliare), trovando il coraggio di agire nell’incertezza.
Dalla mia esperienza, mi accorgo che in Italia aver fallito da giovani significa non essere stati in grado di trovare la giusta direzione, negli Stati Uniti equivale ad avere iniziato da giovani a cercare la propria strada.
Il primo attribuisce il fallimento al fallito, il secondo alle opportunità. Chiaramente esistono delle eccezioni, ma ritengo sia uno spaccato piuttosto realista di due rovesci della stessa medaglia, indipendentemente dalla collocazione geografica. O per lo meno, che ho vissuto in prima persona a livello inconscio per molti anni; e per la quale lavoro ogni giorno per sradicare il raggiungimento di quella presunta “perfezione” che in apparenza ci protegge, ma in pratica ci impedisce di crescere più in fretta e di conoscerci meglio.
Audacia
Conoscere la paura, ma trasformarla in uno stimolo. Si dice che “la fortuna aiuta gli audaci”; li aiuta perché hanno osato sfidarla: hanno sfidato se stessi, mettendo alla prova il proprio talento, cercando di ridurre al minimo il rischio e assumendosi quello che rimane. Una vita vissuta autenticamente, afferma Nietzche, esige un simile senso del rischio. Diventa ciò che sei, nessuno lo farà per te: abbi il coraggio di diventare te stesso, assumi la tua singolarità in questa società che, per sua natura, valorizza le regole.
Ma come si diventa audaci?
Acquisendo esperienza con costanza e disciplina (con buona pace degli “improvvisati”), accrescendo costantemente la propria competenza, tenendo sotto controllo la propria comfort zone per compiere quel passo in più, coltivando la propria curiosità, non peccando di perfezionismo e ammirando l’audacia altrui.
Per aiutarci, le avventure di Huckleberry Finn di Mark Twain ci insegnano a “stare lontani da chi vi scoraggia dalle vostre ambizioni. Le persone che sono davvero grandi vi faranno capire che anche voi potete diventare grandi. Ce lo fanno capire senza bisogno di dircelo, basta che si comportino naturalmente: il loro esempio vale mille parole.”
Sport
Uno dei migliori “allenamenti” al fallimento. Gli allenatori sanno bene che per un campione, l’orgoglio e la convinzione di essere invincibili sono i peggiori nemici.
Non c’è nulla di più efficace di una sconfitta per richiamare l’attenzione dell’atleta alla concentrazione, riaccendere quel sottile dubbio senza il quale il talento non può esprimere appieno la propria grandezza
Umiltà
La lezione di umiltà che il fallimento offre è l’occasione per misurare i nostri limiti. Questo ritorno all’umiltà, accompagnato da un senso di fallimento a volte doloroso, spesso segna l’inizio di una nuova avventura creativa.
Un esempio emblematico è la storia di Steve Jobs: costretto alle dimissioni dal nuovo presidente nominato dagli azionisti nel 1985, si trovò di fronte ad un’enorme delusione vedendosi cacciato dalla sua stessa azienda. Questo fallimento rappresentò per lui la lezione di umiltà di cui aveva bisogno permettendogli di ritrovare il contatto con la realtà, e di riscoprire il senso degli obblighi che stimolano la creatività. Come lui stesso affermò nel celebre discorso alla Standford University nel 2005 ,“essere licenziato dalla Apple fu la cosa migliore che potesse capitarmi…Mi ha liberato e permesso di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita”.
Lasciare Andare
“Ciò che dipende da te è accettare ciò che non dipende da te” Epitteto
E’ inutile cercare di cambiare ciò che non dipende da noi, conviene impiegare le proprie energie per agire su ciò che dipende da noi e possiamo cambiare.
Ho acquisito una profonda consapevolezza di queste parole quando ho avuto il coraggio di considerare un’esperienza difficile quanto improvvisa a livello professionale come un’opportunità di concedermi una pausa da una vita troppo frenetica, vissuta per lo più “con il pilota automatico”. Piuttosto che crogiolarmi nel senso di ingiustizia, ho scelto di accettare la realtà e di trasformarla in azioni concrete per costruire qualcosa di nuovo, più vicino alla mia vera natura.
La domanda cruciale pertanto non è se una situazione sia giusta o ingiusta, ma se possiamo trarre spunto da essa per costruire altro.
Lamentarsi della realtà equivale a fuggirla, rifugiandosi in un giudizio soggettivo che non porta a nessun risultato concreto, a meno che non sia accompagnato da critiche costruttive o proposte
Il fallimento può non dipendere da noi. Ma da noi dipende certamente il modo di viverlo!
E tu: quante volte hai riconosciuto il tuo errore e hai trovato la forza di raddrizzarlo?
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Sources: spunti da un’estratto del libro “Il magico potere del fallimento”, Charles Pepin.